venerdì 20 dicembre 2013

Vellicare




Questo post partecipa all’iniziativa Una parola al mese. La parola di dicembre 2013 è vellicare (al link maggiori informazioni).






Vellica la fantasia
quel che in cuor mi giace,
vellica l'immaginata avventura
la sopita anima che porto,
vellica la parola
i pensier che nascondo.

Questo mi riporta alla vita,
questo vellicare mi mantiene,
questo mi ricorda chi sono.

Ma talvolta un solleticare
non è sufficiente,
talvolta neppure una spinta
ti rimette in gioco.

mercoledì 11 dicembre 2013

Guest post: Psicologia e Letteratura - Marco Lazzara

Signori e signore, perdonate il mio assenteismo degli ultimi mesi. In ogni caso, oggi sono qui per mettervi questo post che Marco Lazzara (al link la sua pagina G+) mi ha gentilmente concesso! Ecco a voi una sua biografia...e poi, buona lettura! 

Marco Lazzara è nato a Moncalieri, in provincia di Torino, il 24 giugno 1984,
giorno di San Giovanni Battista, ma anche Notte delle Streghe.
Dopo essersi laureato in Chimica, ha intrapreso la carriera di insegnante,
cercando di inculcare nei ragazzi a cui insegna la conoscenza di atomi, molecole e reazioni.
Contemporaneamente si è messo a scrivere racconti di genere fantascientifico, horror e noir.
Ha pubblicato su diverse antologie ed è appena uscito il suo primo libro di racconti,
"Incubi e Meraviglie", edito presso GDS Edizioni.
Psicologia e Letteratura

Fin dalle origini la letteratura è stata pervasa dalla psicologia. Si potrebbe persino sostenere che in realtà sia il camuffamento di una sottile analisi sociologica, o addirittura di una sorta di psicoterapia, basti pensare alla funzione catartica della tragedia greca: gli spettatori assistevano alla rappresentazione e si immedesimavano nei personaggi al punto di ricevere un senso di purificazione e di sollievo mentale. Un punto cruciale lo si è avuto verso la fine del XIX secolo, quando assieme alla nascita della psicologia e delle teorie di Sigmund Freud, nacque il romanzo psicologico, attraverso cui diversi autori hanno compiuto una seria riflessione autoanalitica.

Pirandello e le Centomila Maschere

La produzione letteraria e teatrale di Luigi Pirandello è pervasa da una serie di interrogativi. Chi siamo noi? Chi siamo davvero noi? Cosa mostriamo di noi al mondo? È proprio la verità ciò che mostriamo di noi al mondo? Oppure è solo una maschera? E perché indossiamo questa maschera? O forse ci viene imposto di indossarla? E perché? Questi sono gli spunti di partenza delle sue opere.
In Uno Nessuno Centomila il protagonista si rende conto che ogni persona ci vede in maniera differente rispetto all’immagine che abbiamo di noi stessi, al punto di essere centomila perone diverse a seconda di chi ci guarda, e questo finisce col fargli persino perdere la sua stessa identità. 
Ne Il Treno Ha Fischiato il protagonista è sovrastato dal mondo, dalla famiglia, dal lavoro, dalla società. Un giorno gli sembra di udire il fischio di un treno, ma che in effetti non è reale, perché le eccessive pressioni a cui è sottoposto l‘hanno fatto impazzire. In realtà quello è il treno della fantasia, a cui egli si aggrappa disperatamente per poter fuggire dall’oppressione della società.
Ne La Carriola uno stimato avvocato ha un conturbante segreto: una volta solo nel proprio studio, afferra la cagnetta per le zampe posteriori e la fa camminare a mo’ di carriola. Eppure questo gesto così stupido e infantile, ma così drammaticamente folle, è l’unico momento nella sua vita nel quale può esprimere il vero se stesso, dopo essersi finalmente tolto la maschera che è costretto a portare per rapportarsi col mondo. Al termine di questa azione spiazzante, la lo cagnetta fissa con sguardo frastornato, a rappresentare lo sguardo smarrito della società nei confronti di chi non riesce a uniformarsi ai suoi dettami sociali.

Luci e Ombre

La Scapigliatura è una corrente letteraria tra il Romanticismo e il Decadentismo, periodo in cui nel pubblico emergeva una doppiezza: da una parte la rispettabilità dell’esteriorità, il culto della forma e del benpensante senso comune, ma dall’altra il gusto dell’infrazione, del peccato, del morboso.
Fosca, romanzo di Igino Ugo Tarchetti, racconta di un giovane fidanzato con una ragazza dolce e bella, ma che un giorno conosce Fosca, una donna brutta e per giunta malata, e ne resta affascinato, cominciando a provare per lei una torbida passione. Nel romanzo c’è un sottile lavorio psicologico nell’analisi dello stato morboso che misteriosamente si trasmette alla psiche del protagonista.
Ne Lo Strano Caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde di Robert Louis Stevenson è presente il dualismo bene/male, concretizzato nella contrapposizione tra Jekyll e Hyde, metafora delle doppiezze e ambiguità presenti in ognuno di noi. Ma attenzione: Stevenson crea un’opera più sottile di quanto si creda. Jekyll, infatti, non è puramente buono: come tutti gli esseri umani ha difetti e piccole malignità, e sono queste che diventeranno Hyde, che nella realtà è quella parte della nostra mente dove risiedono i nostri lati più oscuri.
Psicologia Criminale

“Non ci si può occupare del crimine senza tener conto della psicologia. Non è tanto il delitto in se stesso che interessa, quanto ciò che si nasconde dietro.” (Hercule Poirot, in Se Morisse Mio Marito di Agatha Christie)
Nel romanzo di James Ballard Un Gioco da Bambini un idilliaco villaggio inglese è teatro di una spaventosa tragedia: tutti gli adulti sono stati brutalmente assassinati, mentre i bambini e gli adolescenti sono scomparsi, probabilmente rapiti dagli assassini. L’inquietante soluzione del mistero è che gli autori del massacro sono gli stessi bambini, che hanno concepito un piano di una fredda e spaventosa lucidità per eliminare gli adulti. L’uomo incaricato di fare luce sulla vicenda si chiede quali possano essere state le motivazioni psicologiche che li abbiano spinti a un tale gesto; nella sua analisi si rende conto che volevano fuggire da quel mondo così perfetto che era stato costruito su misura per loro, e che giorno dopo giorno li soffocava e ne appiattiva la personalità.

La Psicologia di Massa nella Fantascienza

Rod Serling è il creatore della serie televisiva Ai Confini della Realtà. Attento osservatore della società americana degli anni Sessanta, Serling è autore sia di racconti di malinconica delicatezza, che di cinica ironia, ma con notevoli spunti di riflessione sociologica.
In Mostri a Maple Street gli abitanti di una cittadina assistono a una serie di misteriosi fenomeni: gli elettrodomestici, le macchine e tutto il resto smettono di funzionare. Un ragazzino lancia l’idea che sia l’inizio di un’invasione aliena e che tra loro ci siano spie provenienti da un altro mondo. Tutti ne ridono, ma con un po’ di nervosismo. A un certo punto la macchina di uno inizia a funzionare da sola e tutti cominciano a guardarlo con sospetto, mentre la tensione sale. Preso dal panico, uno degli abitanti spara a uno dei vicini. Poi le luci nella sua casa si riaccendono da sole. Tutti ora sospettano di lui, che per salvarsi accusa il bambino di prima, e poi sospettano di un altro, e di un altro ancora... ed è il caos. In realtà si tratta davvero di un’invasione di un altro pianeta: gli alieni sfruttano il panico per creare disordini e rendere più facile la conquista della Terra.
Serling è bravissimo nel ricostruire la psicologia di quel mostro che chiamiamo folla: le paure segrete che albergano dentro ognuno di noi e che non vengono alla luce se non nei momenti di panico, la “caccia al mostro” (o meglio al diverso), la nostra capacità di puntare il dito verso chiunque pur di poter salvare noi stessi. 
Il Rifugio racconta di una famiglia americana che nell’ironia del vicinato ha costruito un piccolo rifugio antiatomico. Quando la radio lancia l’allarme di un possibile attacco, l’intero quartiere va nel panico. La famiglia si nasconde nel rifugio, rimanendo sorda alle invocazioni di aiuto dei vicini. Gli altri pretendono di entrare e sfondano la porta per mettersi in salvo. Alla fine si è trattato di un falso allarme, ma è troppo tardi: cedendo alla paura, ognuno ha dato il peggio di sé. Serling è bravissimo nel costruire la psicologia di ogni personaggio, nel mostrare che pur di sopravvivere ognuno di noi è capace di calpestare gli altri. Il racconto risale al 1961, nella fase più calda della Guerra Fredda, all’epoca definita anche “guerra psicologica”.

Ringrazio voi per l’attenzione e Maria per avermi ospitato sul suo blog. 


Io invece ringrazio Marco per essere passato e il suo bellissimo post, che mi ha fatto scoprire nuovi punti di vista di due argomenti che mi piacciono veramente tanto!

lunedì 18 novembre 2013

100¤ post: una serica descrizione

Questo post lo trovo molto importante... è il mio 100° figliolo!
E in più...




Questo post partecipa all’iniziativa Una parola al mese. La parola di novembre 2013 è serico (al link maggiori informazioni).






Al link troverete tutto quello che è necessario sapere riguardo a serico, ma la trovo una parola veramente molto bella e raffinata. Come la seta stessa. Per cui, anche per tentare di variare un po' i miei post sulla parola al mese, cercherò di fare "una serica descrizione" e di inserire all'interno della descrizione stessa questa armoniosa parola!
Speriamo che ciò mi aiuti a rendere in parte degno di nota il mio 100° post. :)
Ah, l'ho già detto che è il 100° post? ^_^ 

Serico. Questo direi se mi chiedessero com'è lui. Serico e perfetto. In questo mondo non avrei mai pensato che esistesse qualcuno così: pura bellezza, ma non invadente. Vellutato. Quella pelle liscia già solo a guardarla, che vorresti sfiorare eppure già sai che sarebbe morbida; i capelli scuri che gli incorniciano il viso, i quali cadono leggeri come un velo; gli occhi chiari che catturano in loro la vita stessa, l'essenza della purezza.
Chi l'ha mai visto un uomo che potrebbe essere uscito da un libro? E non dico solo perché egli è incredibilmente bello, ma anche perché all'apparenza può sembrare una creatura fantasy. Un delicato elfo, un ammaliante vampiro, uno splendente angelo e qualsiasi altro di quegli esseri associati al bell'aspetto.
Ma quelle creature non esistono. Mentre lui sì. Lui è sempre esistito di fronte a me, innanzi ai miei occhi, ogni giorno a scuola, ogni sabato sera a quel bar, da anni... L'ho sempre spiato, l'ho sempre ammirato, l'ho sempre amato. Ho amato e amo il suo semplice esistere.
Come anche i suoi gesti più piccoli, i sorrisi che fa, il modo morbido con cui lo sento parlare a volte nel corridoio. Tutto in lui ricorda la seta. Preziosa, delicata, piacevole, pregevole. Pure fresca. Lui è indubbiamente serico, il suo semplice esserci è l'essenza massima di ogni cosa serica!
So di aver ripetuto molte volte il dato di fatto della sua esistenza. Solo è un tema che mi sta particolarmente a cuore... perché, invece, i suoi occhi non si sono mai posati su di me. Lui non sa che io ci sono. E mai lo saprà.

martedì 12 novembre 2013

Cambiando le doppie

L'esperimento di questo mese, invece, è... cambiare le doppie!
Vi siete mai soffermati a pensare come cambiano le parole con le doppie quando si cambia proprio quella doppia? No? Be', io sì. :D
Ed ecco qui qualche frase, per divertirmi un po'. :)
Mi scuso per il ritardo con cui arrivo, anche se non penso cambi qualcosa. ;)

Scosse la testa senza fretta e ritmicamente, come la lancetta che segna il tempo che scorre.

Era una stella lo stemma di quella casata caduta.

"Si sbrighi, corra da lei! Oppure ha delle gambe di colla?"

A furia di trainare a mano il carro, il mio palmo è divenuto un unico grande callo!

"Quando vede quella mossa di combattimento in tv, subito molla la presa su qualsiasi cosa abbia in mano: l'ultima volta ha lasciato cadere il piatto colmo di cibo!"

Da quella bella e giovane bocca rossa e carnosa, emerse all'improvviso una volgare ed enorme bolla rosa di big buble.

mercoledì 30 ottobre 2013

Superno destino





Questo post partecipa all’iniziativa Una parola al mese. La parola di ottobre 2013 è superno (al link maggiori informazioni).





Piccolo componimento con versi di cinque sillabe (che mi par d'aver capito si chiamino quinari o pentasillabi, ma c'era tutta una questione sugli accenti...).


Superno fato
conduci i passi,
vegli su di noi
donando grazia
al nostro giorno,
senza mai fermar
il bello o brutto
che può capitar,
però concedi
sempre speranza
per il termine
che ci riservi.

martedì 22 ottobre 2013

Black Butler (Kuroshitsuji) - Yana Toboso


Categoria: shonen.
Prezzo di copertina: 4,50 euro
In produzione.


Inghilterra, anno 1889. Ciel Phantomhive è un conte dodicenne, orfano,  proprietario di villa Phantomhive e della ditta di giochi e dolci conosciuta come Funtom. Al suo fianco ha un fedele, impeccabile e "mero" maggiordomo, Sebastian Michealis, che esegue ciecamente ogni suo ordine. Ma cosa si nasconde dietro alla facciata dei due?


Manga shonen dell'autrice Yana Toboso, lo trovo elegante e ben pensato. Dalla partenza un po' lenta, si arriva ad inoltrarsi in un mondo sempre più definito, in un altalenarsi di vita altolocata e malavita dei bassifondi.
L'autrice sa usare a suo vantaggio elementi e vicende realmente accadute, compresi anche personaggi storici, rigirandoli a suo favore, rendendo la sua storia al contempo fantastica e realistica.
Anche l'elemento del soprannaturale entra pian piano e in modo alquanto discreto, sfiorando quasi il moderno genere dell'urban fantasy.
Grazie alla variabilità del disegno dei personaggi (principalmente, a mio parere, a seconda del ruolo che il personaggio ha), alla cura dei dettagli, all'attenzione all'etichetta e al giusto utilizzo del linguaggio, si viene avvolti nel mondo ottocentesco e ci si ritrova perfettamente immersi in esso. Un risorgimento gotico, in qualche modo, ma ideale, che piano piano, tra strategia e misteri, ci porta a scoprire un mondo degno di nota.
Difetti principali? La storia è lenta nel delinearsi e, se siete persone a cui piacciono di più azione e movimento, in alcuni momenti potreste venirne scoraggiati per una certa predominanza di riflessione e strategia. Ma trovo che si possa ben adattare a tutti i gusti.


mercoledì 16 ottobre 2013

Laboratorio con Davide Longo

Ecco a tutti voi che vi presento (con un ritardo incredibile, di quasi un anno) un laboratorio di scrittura creativa a cui ebbi la grande fortuna di partecipare.
Furono due soli incontri, ma intensi e veramente utili per me. E furono tenuti da Davide Longo, scrittore italiano ed insegnante presso la scuola Holden di Torino.
In questa paginetta/post aprirò un post riassuntivo, con i suoi insegnamenti e le mie osservazioni sui vari argomenti che trattammo, sperando di esservi utile come lo fu per me e di avere nuovi confronti e consigli grazie a voi.
Ci vorrà un po' di tempo perché io li metta tutti, in questi giorni non ho i miei appunti sottomano (e poi vi sarete abituati alla mia lentezza!). Però rimanete in zona. ;)


Storia

Descrizioni

Personaggi

lunedì 14 ottobre 2013

Sottintesi: armi a doppio taglio?

In questo post, il quale è più una riflessione che altro, ho intenzione di parlarvi di uno dei miei peggiori difetti: i sottintesi. Ne abuso decisamente!
Ma procediamo con ordine: magari questo post potrà aiutare anche voi.

DEFINIZIONE
Sottinteso: un concetto, un verbo, ecc., che rimane implicito, cioè non viene espresso da chi parla o scrive, ma viene dedotto e compreso dall'ascoltatore/lettore.

PREGI
Nella vita comune, permette di comunicare con una persona senza che altri ascoltatori indesiderati capiscano il vostro discorso. Non è l'unica strategia, per esempio una delle più divertenti è la creazione di un linguaggio segreto o delle parole codice... Ma non sempre si dispone del tempo o della memoria per creare questo sistema alternativo. In più, sottintentere un soggetto già ripetuto più volte, oralmente o scrivendo, è anche un modo per evitare quella che diventerebbe un'inutile e pesante ripetizione.*
Inoltre, in scrittura, il sottinteso può essere un ottimo punto di partenza per "giocare" con i personaggi: solitamente, nelle commedie, è sempre qualche sottinteso non recepito a scatenare le incomprensioni buffe e divertenti.

*N.B: Ciò vale per lingue definite trasparenti come il nostro italiano, ma in altre lingue come l'inglese o il francese è obbligatorio (regola grammaticale) sempre esplicitare il soggetto, esclusa qualche rara eccezione.

DIFETTI
Si potrebbe finire con il dimenticare il soggetto oppure arrivare a dare per scontato tutto il contesto. Mi spiego meglio.
Se si usasse il soggetto sottinteso per più frasi consecutive, ma il soggetto non fosse l'unico presente sulla scena di cui si sta narrando, si verrebbe a creare un paradosso, non potendo più, chi ascolta, essere sicuro di chi si sta parlando. Probabilmente, a rigor di logica, se il soggetto è sempre sottinteso, ma fino a quel momento si fosse parlato solo di uno, l'ascoltatore continuerebbe giustamente a pensare che ci riferiamo a quel personaggio. Però potrebbe anche cominciare a chiedersi se, invece, non si fosse perso qualche dettaglio per strada, soprattutto se (come capita spesso a me nel linguaggio parlato) si tende a saltare da un punto all'altro del discorso e conseguentemente cambiare spesso il soggetto: dirlo una volta sola e darlo poi per scontato per il resto del paragrafo tende a rivelarsi unicamente problematico.
Caso ancora più chiaro se si pensasse a un unico verbo, ma sempre sottinteso, per una frase ciceroniana.
Stessa osservazione, ma in qualche modo la considero un po' più grave, vale per quando si sottintende il contesto (l'ambiente, l'argomento dal quale è scaturito il nostro discorso, ecc). E' un'altra delle cose che mi capita spesso (nel linguaggio parlato specialmente): passando da un discorso all'altro, tendo a sottintendere i pensieri che promuovono le mie parole. E perché? Semplicemente perché io so già di cosa sto parlando e a cosa sto pensando. Ma l'altro, poveretto, si ritrova nel bel mezzo di un discorso di cui non ha le basi.
Per finire, e non è certamente un difetto da trascurare dei sottintesi, nella vita comune (e nel "gioco" dello scrittore) i sottintesi mal recepiti diventano cause di litigi, molto meno simpatici che nelle commedie.

CONCLUSIONE 
I sottintesi sono, a mio parere, molto utili e si possono usare per "giocare" sia nello scritto sia nel parlato (un sottinteso usato con maestria può tenere una persona sulle spine e anche imbrogliarla appositamente), al di là della morale.
Talvolta li trovo anche eleganti, fatti appositamente per alleggerire le frasi e per giocare con le frasi (possono essere utili per le quelle lapidarie, per esempio).
Ma un continuo incappare in essi porta ad essere vaghi e confusi, a lasciare l'ascoltatore/lettore non sicuro di ciò che sta capendo, portando fino ai litigi con l'altro.
Ovviamente c'è da contare anche il livello di condivisione che si ha con l'altra persona: un bambino capirà meno sottintesi di un adulto (l'esempio più lampante sono le battute con i doppi sensi), come un adulto il quale, magari, si aggiunge in un secondo momento in un discorso già avviato non capirà un sottinteso riferito all'inizio dello stesso. A volte, tra l'altro, la capacità di capire i sottintesi può essere dato anche dall'attenzione effettiva dell'ascoltatore a ciò che viene detto e ad altre caratteristiche personali.
Per concludere, credo che il modo migliore per non incappare in esagerazioni di parti implicite (quantomeno nello scritto, il parlato si sa che non si può correggere in un secondo momento) sia chiedersi "ma se io non sapessi questa cosa, capirei?".
Una domanda che può tornare molto utile specialmente a chi scrive, per definire contesti e dare spiegazioni a fatti e parole che all'autore potrebbero sembrare scontati (e quindi divenire sottintesi[o più generalmente, rimanere impliciti]).

Noto che visivamente i difetti risultano più lunghi dei pregi... Ma in realtà sono solo prolissa io. ;) Direi che pregi e difetti si equivalgano.
Voi cosa ne pensate? Abusate o non usate i sottintesi?
Avete qualche strategia per evitarne la sovrabbondanza quando parlate? O altre tecniche per non suonare ridondanti, senza sottintendere parole e concetti?

mercoledì 2 ottobre 2013

Mutare un'affermazione

Mi sto affezionando agli esperimenti del mese. :D
Spero vi aggiungere anche voi, eventuali lettori.
Questa volta la mia mente malata si è posta un giochino: vedere quante volte e con quali parole si può mutare una semplice affermazione, mantenendo lo stesso concetto.
In verità, potenzialmente le possibilità sono infinite... Ma ho deciso di arrivare fino a 10. :)
L'AFFERMAZIONE: Scrivere è bellissimo, puoi creare la vita.

MUTAZIONI:

1- E' bellissimo scrivere, la vita puoi crearci!

2- La scrittura è bellissima, ci puoi creare la vita.

3- Puoi creare la vita, scrivendo. E' bellissimo.

4- Con la scrittura si può dare origine alla vita ed è bellissimo!

5- E' molto bello scrivere e, così facendo, creare vita. 

6- E' veramente bellissimo creare la vita scrivendo.

7- Scrivere è un bellissimo modo per creare vita.

8- Si può creare la vita quando si scrive... Trovo che tutto ciò sia bellissimo.

9- Ma quanto bello è scrivere? Non è fantastico creare la vita con questa semplice azione?

10- Originare vita scrivendo è uno degli atti più belli che io possa concepire.

Certo...il post è diventato un pelo monotematico. :D Ma mi auguro che siate d'accordo.

lunedì 30 settembre 2013

Racconti sesquipedali



Questo post partecipa all’iniziativa Una parola al mese. La parola di settembre 2013 è sesquipedale (al link maggiori informazioni).







Terribilmente in ritardo, ci provo... A differenza del titolo, che dovrebbe farvi aspettare racconti lunghi lunghi lunghi... Provo a scrivere qualche raccontino in 200 caratteri per questa simpatica e lunga (come il suo significato) parola!
Dato il poco tempo, mi limito solo a tre. 

Nomi
"Oh, come ti amo, Richard!".
"Cara...mi chiamo Robert".
Quel nome sbagliato fu proprio un errore sesquipedale.

Cene in famiglia
Sapevo che non avrei dovuto andare a cena dal nonno. Una cena sesquipedale mi aspettava, sia per l'attesa tra le varie portate, sia per il suo solito raccontare le vicende dell'anno in cui nacqui io.

Giudizi
Ero troppo sintetico. Frasi lapidarie. Concetti netti. Mi dissero d'imitare Cicerone. Il giorno dopo m'accusarono d'essere sempre troppo sesquipedale.

giovedì 26 settembre 2013

Il velo


E' il velo il mistero,
la scostante verità,
il sinuoso tessuto
che danza nel vento,
che copre e mai svela
che lascia intuir alla mente
ma risposta non dà.

E' il velo la magia,
ciò che richiama,
la forma prima della
pura curiosità,
del desiderio di conoscer
senza poi mai sapere
che cela tutte le cose
e che gli animi avvolge.

domenica 15 settembre 2013

L'e-pub di Un Poe de copioni

*immagine presa dal blog di Gelo 


Gente tutta, oggi un post veloce e sintetico per reclamizzarvi un simpatico e-pub (a cui ho partecipato anch'io) con racconti plagiati presi dal grande Edgar Allan Poe!
L'idea è partita da un divertente concorso sul blog di Gelo e poi si è formato questo e-pubbino di 9 racconti partecipanti + 2 fuoriconcorso. :)
E' gratuito, ma NON DIRETTAMENTE SCARICABILE: per leggere questi racconti (che vi assicuro sono tutti molto belli!) dovrete andare sul blog di Gelo (magari a questa pagina, dove troverete anche spiegazioni migliori) e mandare una mail al papà del blog, per richiederglielo. Oppure a me, che ce l'ho. :)
Fatelo, che io trovo meriti! E poi, si legge in breve. :)

mercoledì 4 settembre 2013

Nessun punto fermo

Anche questo mese comincia con un esperimento: racchiudere un racconto in un'unica "frase" (con un unico punto fermo)! Sarà una cosa un po' contorta, temo... pareri ben accetti. E se volete provare nei commenti, ben venga. :)


Ero sempre apatico, demotivato e letargico, non provavo gioia e non avevo passioni, eppure nessuno sembrava accorgersene, tutti assenti: così andai dallo psicologo perché volevo far qualcosa, volevo reagire, ed egli, senza alcuna emozione, mi disse "viste le vostre intenzioni non posso che dichiarare che siete malato, si chiama voglia di vivere".

sabato 31 agosto 2013

Antica lettera




Questo post partecipa all’iniziativa Una parola al mese. La parola di agosto 2013 è imperocché (al link maggiori informazioni).






 La parola di questo mese è talmente ostica, che mi costringe a fare un pesante esperimento! Questa volta non è un sostantivo o un verbo, bensì una congiunzione. E siccome stonerebbe, a parer mio, nel comune linguaggio... Provo a salvarla con uno scritto inventato un po' particolare. Una lettera, forse antica... liberamente ispirata da qualcuno di molto famoso. :D Sperando di non rendere il tutto soltanto ridicolo.


Vecchio mio,
i tempi sono ancor tenebrosi. Attendiamo forse la disfatta, ma non è tremore che alberga nel mio cuore. C'è ancora speranza, vecchio mio, grazie a tuo nipote. Ti chiedo venia, se non entro nei dettagli: ma troppe novelle sarebbero dannose, sia per il tuo anziano animo sia se l'Oscuro Signore scoprisse queste mie parole.
Non crucciarti: se anche il peggio dovesse avvenire, ho certezza che ancor la nostra terra sarà salvata. Egli ci osserva, ma ancora cose sfuggono a lui. Questa battaglia sarà la più grande, forse l'ultima. Mi auguro darà il giusto tempo per resistere fino alla nostra finale vittoria. Imperocché  altro non mi è concesso aggiungere e non ti voglio illudere, vecchio mio, concediti di poter stare sereno dagli elfi. Se fosse necessario, seguili. Non saprei se altri luoghi ancor siano sani, forse neppur l'amata Contea.
Auspicando di non averti turbato, spero invece d'aver potuto rispondere con la maggior esaustività concessami dagli eventi. Se il destino vorrà, e queste bianche torri resisteranno al crollo, ci rincontreremo presto e ancor fumeremo della buona erbapipa.

Gandalf

venerdì 30 agosto 2013

La volpe e l'uva - "Non ci si può fidare di nessuno"




Frase spesso legata a quella precedentemente vista, sei come tutti gli altri, è quella di cui vi voglio parlare oggi: non ci si può fidare di nessuno.
Questa volta, però, la riflessione è molto più semplice, essendoci un'unica parola chiave: fiducia.*

*Sono ovviamente pareri personali. Non ho intenzione di offendere nessuno. Se non siete d'accordo, mi farà piacere il vostro punto di vista nei commenti. Pace e bene a tutti!

FIDUCIA
Sulla fiducia si potrebbe parlare per ore e giorni. Suppongo sia una delle cose più difficili da guadagnare e dare, ma ancora di più da mantenere sia per chi la riceve, sia per chi la dà!
Pensateci: se io arrivo a meritare fiducia, poi devo riuscire a non perderla... Ma se io decido di dare fiducia ad una persona, potrei cominciare a fidarmi meno senza che l'altro, poverino, ne sia il vero responsabile. Se non vi fosse mai capitato, vi faccio un esempio diffuso: il/la vostro lui/lei è una persona fedele, siete assieme da tanto e vi ama, lo sapete... però è una persona espansiva e più volte avete visto qualcuno provarci con lui/lei. Non ditemi che la vostra fiducia non ha vacillato nemmeno una volta! [Se non ha vacillato, vi faccio i miei complimenti di cuore]
Insomma, parlare di fiducia è come parlare di tutto e niente, come se non ci fosse... Ma invece c'è ed è così semplice sapere quando la proviamo, quando no, quando gli altri la provano per noi, eccetera, che ne soffriamo eccome. Proprio per questo finiamo con il diventare ancora più diffidenti: il dolore è la prima cosa da cui tentiamo di scappare, togliendo la fiducia anche a chi mai ci ha tradito.
Ed è proprio qui che, per difendersi, le persona solitamente vanno per il detto "chi fa da sé, fa per tre" (che ci terrei a specificare che non è un detto antifiducia! Semplicemente, se uno vuole una cosa, se la deve fare e non aspettarsela dagli altri. Ma per ragioni per diverse dalla fiducia, per l'appunto) e arrivano alla conclusione sopracitata "non ci si può fidare di nessuno".
Forse l'unica domanda a cui bisognerebbe rispondere è "cosa s'intende per fiducia?". Ma non esiste una risposta univoca. Talvolta, neppure con la propria risposta ideale innanzi agli occhi ci si riesce a fidarsi. Però bisogna, innanzi tutto, ricordare una cosa che già dissi nell'altro post: nessuno è perfetto, tutti prima o poi sbagliano e sono proprio le persone più vicine a noi che, senza volerlo, ci feriscono di più, fossero pure piccolezze!
Come si può vedere, questo è un cane che si morde la coda, sto soltando sollevando questioni senza offrire soluzioni. Ma il vero punto della faccia è un altro: se nessuno merita fiducia, allora escludiamo noi stessi dall'essere degni di fiducia. Ci avevate mai fatto caso?
E' facile dire che sono gli altri di cui non ci si può fidare, dal nostro punto di vista. Ma appena un passo più in là, gli altri siamo noi. Sinceramente, forse è una delle poche cose dove pecco grandemente d'orgoglio, ma io sostengo di essere una persona assai degna di fiducia. E sono poche le persone che sostengono di non essere a loro volta degne (la cosa bizzarra è che buona parte di queste persone sono solo con un'autostima molto bassa e una vena vittimistica, quindi in verità la fiducia se la sanno guadagnare e mantenere).
Sicché, mi sembra un atteggiamento un po' ipocrita... Involontario, ovviamente. Ma molto soggettivo ed irrealistico.


CONCLUSIONI 
Se la riflessione non fosse chiara, la ripeto: nel momento in cui sosteniamo che nessuno merita fiducia, escludiamo pure noi stessi. Eppure, buona parte di noi se ne ritiene invece meritevole: quindi perché diffidare degli altri quando non vorremmo che loro lo facessero di noi? E vi scongiuro, non rispondetemi con "perché io sono diverso dagli altri", altrimenti vi siete persi la puntata precedente. :D
Ribadisco che la fiducia è abbastanza relativa da persona a persona, dipendente anche dal carattere. Ma con uno piccolo sforzo, si può sempre provare a darne un po': esistono gradi e gradi di fiducia, mica bisogna arrivare subito alla fiducia cieca! E parlo di poche persone, mica di tutte (è innegabile che alcune di esse non la meritino assolutamente).
Anche perché... se non ci si fida mai, per niente, di nessuno, è impossibile vivere bene, sia con sé sia con gli altri. Perché, per quanto a certi piaccia negarlo, in alcuni momenti non possiamo fare a meno degli altri: ci è indispensabile almeno una persona di fiducia.
Facciamo meno le volpi, che vanno in giro a dire agli altri "fidatevi di me, quell'uva era ancora acerba", e invece proviamo a pensare a un nuovo modo per dare fiducia alle persone a noi più vicine... Vedrete che al grappolo ci arriveremo in breve.

HELP!

Le abilità di Blogger mi sorprendono.
Un post erroneamente pubblicato precoce e ora finalmente concluso e pubblicato sul serio è comparso alla data della prima erronea pubblicazione (31 luglio) anziché oggi. Qualcuno sa dirmi come fare per rimediare?
Intanto vi lascio il link qui: http://maria-todesco-marytod.blogspot.it/2013/07/la-volpe-e-luva-non-ci-si-puo-fidare-di.html

Maria

mercoledì 21 agosto 2013

I cliché dei cattivi

Non è né una classifica universale né un post derivato da accurate ricerche... Ma ho pensato di parlarvi, possibilmente divertendoci, di quelli che, secondo me, sono i cliché più diffusi (non solo in letteratura) per i cattivi.
Come dicevo, non hanno un ordine: sono solo caratteristiche che personalmente ho ritrovato spesso. E che analizzeremo simpaticamente. ;)
Sperando, magari, che questo post possa aiutarci ad evitare di scadere in cose poco originali o poco sensate!

LOQUACITA'
La prima passione che ho da sempre visto nei cattivi è quella di sprecare minuti, ore e giorni preziosi a parlare. Di qualsiasi cosa. Ti raccontano la loro vita, cosa vogliono fare, cosa faranno, ti danno un excursus di spiegazioni e sensazioni interiori... lì, giusto prima di darti il colpo di grazia. Insomma, ti stanno dicendo che ti odiano, che sei l'unico/a che li ha rallentati, che sono mesi e anni che ti danno la caccia, che non vedono l'ora che tu sia morto/a... ma non lo fanno. Sono gentili, ci tengono a dirtelo! Che carini, no? Come si può dire che siano cattivi? :D
Posso capire che in determinati casi possa servire ai fini della storia oppure che lo scrittore non sappia trattenersi del dare motivazioni logiche al suo amato cattivo... ma allora vanno usate altre strategie. Indizi sparsi, deduzioni del protagonista, un "dopo evento" dove (magari tramite un diario) si possa scoprire tutto o, al massimo, creare una situazione ad hoc dove il discorso dell'antagonista sia sensato. Però cerchiamo di evitare l'interruzione dell'azione, proprio al culmine della stessa! Se farlo parlare vi serve solo per far guadagnare tempo e così salvare il vostro personaggio... O lo lasciate morire o, vi prego, pensateci prima!

IL CALICE DI VINO O LA SIGARETTA
Ed ecco lì, nella mia mente, si ergono i cattivi (talvolta non solo loro) che sono all'apice del tripudio. Ghignano e devono dare l'ordine che aspettavano da tempo, possono prendere la decisione tanto agognata, finalmente hanno la possibilità di fare la loro mossa... E niente, decidono di creare suspance con del vino o una sigaretta. Ovviamente tutti voi quando non state più nella pelle di fare una cosa che attendete già da molto perdete altri cinque minuti con un vizietto, no? :D
Anche qui, a volte è parte del personaggio. Sicché, magari, è un accanito fumatore e, quindi, l'avrebbe fatto comunque. Oppure va bene, si versa il vino per festeggiare. Ma fino a prova contraria, non credo sia la prima idea che uno avrebbe. Anzi, diventa innaturale, in particolar modo per il nostro soggetto che sembra farlo solo perché "è figo".
Se volete dargli dei segni caratteristici, vanno benissimo: magari, però, scegliete i giusti momenti per mostrarli.

ACCAREZZARE IL GATTO (o altro animale)
Non c'è dubbio, i cattivi hanno carenza d'affetto. Questi omaccioni, questi assetati di vendetta, questi esseri spietati che, per qualche motivo, hanno un batuffolino peloso dagli occhioni dolci accanto a sé. Ok, pure io mi metto ad organizzare piani diabolici e ho sia un cane sia un gatto... Ma non mi metto ad organizzarli accarezzandoli. :D
Ovviamente non nego la loro sensibilità, l'affinità che possono avere con il proprio animale domestico, eccetera. Però anche questo ha modo e modo per essere mostrato. Il malvagio di turno che coccola affettuosamente la testolina del suo gatto, mentre ride maligno, non torna bene. O forse invece è talmente pazzo che allora ci sta?

L'ANTITESI PER ECCELLENZA
Ovviamente chi mai potrebbe essere il cattivo più cattivo, l'essere più temibile, l'orrido mostro da sconfiggere, se non un tuo vecchio e acerrimo nemico? Con il quale hai metà cose in comune e per l'altra metà sei l'esatto opposto, per giunta!
Anche qui, come sempre, può essere comprensibile: un'allegoria oppure è proprio la chiave della trama (poi si viene a scoprire che sono gemelli, che in origine erano migliori amici ma...) che sta allo scrittore giocarsi bene e rendere avvincente, senza permettere che il lettore si ritrovi a dire "sì, va be', il classico". Però anche la migliore delle storie, scritta con abilità, che faccia troppo peso su questo contratto netto, su questa antitesi totale, provoca, a parer mio, un forte disinteresse. Perché nella testa di chi legge risuona come un "già sentito". Quindi, quando iniziate a scrivere e pensate ai vostri personaggi, non lasciate che siano troppo influenzati l'uno dall'altro. Nemmeno che siano già vecchi nemici: non è necessario. Quante probabilità potrebbero mai esserci, poi, che voi siate l'eroe e proprio lui sia il Re dei cattivi? Un antagonista secondario è logico, ma un ruolo principale anche per lui diventa pesante.

L'INVINCIBILE
Cosa dire poi di quando il cattivo è l'unico essere invincibile dell'intero universo? In parte si può ricollegare al cliché dell'antitesi: essendo voi, proprio voi, il suo avversario giurato da sempre, siete voi e solo voi i destinati che lo potranno sconfiggere.
Capisco che se il cattivo non suona invicibile o potenzialmente immortale non vi sembra che sia abbastanza cattivo... Ma anche nel fantasy di razze invincibili e mortali ce ne sono veramente poche e, mediamente, il conquistatore del mondo non fa parte di tali razze. E per piacere, non utilizzate la magia come se fosse la scusa universale per tutto! Ha anch'essa le sue regole e i suoi limiti: rispettateli, pure nel fantasy più estremo, a favore della verosimiglianza che riesce a coinvolgere il lettore e farlo entrare totalmente nel vostro mondo.

RICORSIVITA'
Quando tutto sembra finito... Tutto ricomincia! Ci sta. Questa volta parto ammettendo che spesso è molto sensato, che è una cosa realistica. Ma spesso è chiaramente una scusa per allungare il tutto di un altro po'.
Insomma, con ricorsività intendo quando il cattivo, che pareva morto o del tutto sconfitto, ritorna. O quando lui è effettivamente morto e quindi, al posto suo, compare il figlio, il fratello, il cugino... Cosa sono, famiglie mafiose?
Ripeto, ha attinenza con la vita. Però non è vero che accade tutte le volte! La situazione meglio specificabile è quando i cattivi sono più di uno. Allora sì, morto uno rimane l'altro. Ma non deve essere una cosa improvvisata solo perché non si vuole ancora mettere la parola fine: l'autore per primo deve sapere quando è ora di depositare la penna sul tavolo.

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Detto questo, spero di non avervi annoiato e di aver potuto dare qualche consiglio. Non mi sembra il caso di dirlo, ma lo faccio lo stesso: utilizzare un cliché non vuol dire che il vostro personaggio sia scadente (anche perché io per prima non ho il permesso di dirlo) o poco originale. Inoltre è estremamente difficile inventarsi qualcosa di nuovo o qualcuno che non tocchi nessuna possibilità già vista: solo, stiate attenti e, magari sfruttando proprio quel cliché, rendetelo un cattivo degno di questo nome, degno di essere ricordato senza ritrovarsi a pensare "ma questo io l'ho già visto, assomiglia a quell'altro". :)

lunedì 12 agosto 2013

Wall-e



Wall-e è un vecchio e ultimo robottino comprimi rifiuti rimasto sul pianeta Terra. Un pianeta che non ci è  familiare: inquinamento, desolazione, edifici di rifiuti, assenza di verde, atmosfera giallastra e perennemente nuvolosa. Il genere umano ha abbandonato la Terra alla volta dello spazio, per sfuggire al disastro ambientale. Nonostante tutto, il curioso Wall-e, collezionista di oggetti umani, continua a svolgere il suo lavoro, fino a quanto non giunge dallo spazio una misteriosa astronava, che rilascia, prima di andarsene, una robot ultimo modello, Eve. Assieme, cominceranno la loro avventura di amicizia e speranza.


L'ho rivisto poche volte, solo due o tre, ma vi assicuro che invece ne vale la pena. E se non l'avete mai visto, fatelo!

Come ho scritto nella breve trama, ho dichiarato che la Terra è divenuta un pianeta che non ci è familiare: ma si potrebbe amaramente rispondere che è solo appena più in là nel futuro. Sappiamo tutti dove l'inquinamento e il non rispetto verso la natura ci stanno portando e qui si vede la denuncia più pesante di tutte. Il messaggio di Wall-e è chiaro: facciamo qualcosa ora, adesso, prima che sia troppo tardi.
 La peculiarità di questo film d'animazione, probabilmente, è proprio l'assenza quasi totale di personaggi umani: i protagonisti sono due robot, le cui capacità non permettono loro di fare discorsi o riflessioni. Poco più di un film muto, i cui punti di forza puntati sull'aspetto scenografico sono ben usati. Ma lo svolgimento della storia parla da sé, senza difficoltà nemmeno per i più piccoli di capire gli accadimenti: l'uomo e l'evoluzione, il nostro inquinare e costruire continuo (senza lasciare spazio alla natura e alla rinascita naturale!), dove si cerca e si vuole la comodità, dove la tecnologia ci potrebbe sostituire e comandare, dove l'uomo non impara mai dai propri errori e diventa un fantoccio vuoto.
 Forse per i bambini è più difficile apprendere ciò che questo film ci dice, per questo motivo consiglierei soprattutto agli adulti di vederlo. Sono "i grandi" che devono imparare per primi, per poi insegnare "ai piccoli" tramite il proprio buon esempio.
Cerchiamo, per una volta, di cambiare. Di dare il nostro meglio per la nostra Terra e non solo per noi stessi. Di fare il bene per il futuro nostro, per quello dei nostri figli e del nostro pianeta.
 Infine, trovo sia tra l'altro una storia votata alla vita, perché comunque, fino alla fine, c'è speranza: accettiamone il messaggio e trasmettiamola.
 

domenica 4 agosto 2013

Corsa notturna


Note nel vento disperse nei rumori
di ruote e altri veicoli,
nel soffocato frinire dei grilli,
nell'estivo vociare delle feste;

Capelli indomati nella folle corsa
dell'animo verso la liberazione
da pensieri e giornalieri pesi,
parentesi lieta dopo il dì;

Vita pulsante di nascosti sorrisi,
custodi di sogni,
compagni della mente
che vaga verso il cielo.

giovedì 1 agosto 2013

100 parole

Esperimento del mese: un racconto in 100 parole. Vediamo se riesco!



Un giorno come tanti, il passato sempre alle spalle: se è passato è inutile portarselo dietro.
Lei guardava fuori dalla finestra, cercava la giusta ispirazione, una spinta al futuro, un’idea per scrivere. Ma ecco quel brillio, il sole che l’acceca salendo dalla strada, la macchina che manca la curva. Il botto le svuota la mente, pietrificata rimane a fissare il cofano piegato contro l’albero accanto a casa, senza fiato.
Il guidatore esce scosso, sta bene, guarda verso di lei in cerca di aiuto.
Per suo fratello non andò così; e i ricordi la mutarono per sempre.

mercoledì 31 luglio 2013

Donne e Uomini






Mi do un altro compito, una nuova cosidetta rubrica da gestire (nonostante l'altra sia appena all'inizio): donne e uomini.
Lo scopo?
Tentare di affrontare (e abbattere? Affievolire?) i più comuni pregiudizi e stereotipi che si hanno su entrambi i sessi e anche discussioni ben più delicate che coinvolgono l'interazione tra l'uno e l'altra...
Mi auguro di poter fare un buon lavoro e di non causare la terza guerra mondiale.
Probabilmente sarò un po' più concentrata sul mondo femminile: lo conosco meglio. Ma farò tutto il possibile per dare il giusto (e pari) rilievo a ciascuno.
E comincio riportando un altro post, già scritto, riguardo una piccola parentesi nel più largo problema della violenza sulle donne. Che spero, un po' alla volta, di approfondire e vedere da diversi punti di vista.

Proteggiamo le donne, non la loro stupidità
Altro post veloce!
Tutto per consigliarvi di passare su Drama Queen, se il teatro rientra tra i vostri interessi. :)
E' un blog nato da poco, ma conosco la creatrice e sento che promette bene. :) Dateci un'occhiata, se vi va.
Buona visione e buona giornata!

Maria

martedì 30 luglio 2013

Alterco 2





Questo post partecipa all’iniziativa Una parola al mese. La parola di luglio 2013 è alterco (al link maggiori informazioni).










Alterco, sei sentito a gran voce;

L'alterco è un animato litigio;

Sarà un alterco che non dimenticheremo;

Questo diverrà un alterco di sicuro;

Non sarebbe successo l'alterco citato;

Che putiferio con questo grande alterco!


Sei "alterco", in sei posizioni diverse, per sei frasi con sei parole... Perché sei? Così, l'ha deciso il destino. :D
Ho voluto fare il giochino, spero appreziate: volevo fare almeno un altro post su di lui. :)

P.S. Ho contato come parola anche "l" apostrofato, contato come articolo a sé stante.

Ritorno


Riflusso costante che strattoni il cuore
come sabbie mobili trattieni la mente,
sei arduo ritorno.

Non vi era attesa, né fretta alcuna
per l'animo in precaria quiete,
improvviso ritorno.

Speranza di te prima non c'era
e nel futuro via non si scorge:
ti temo, ritorno.

mercoledì 24 luglio 2013

Teorema - Marco Ferradini

Prendi una donna, dille che l'ami
scrivile canzoni d'amore
mandale rose e poesie
dalle anche spremute di cuore;
falla sempre sentire importante,
dalle il meglio del meglio che hai
cerca di essere un tenero amante,
si sempre presente,
risolvile i guai.

E sta sicuro che ti lascerà
chi è troppo amato amore non dà,
e sta sicuro che ti lascerà
chi meno ama è il più forte si sa.

Prendi una donna, trattala male,
lascia che ti aspetti per ore,
non farti vivo e quando la chiami
fallo come fosse un favore
fa sentire che è poco importante,
dose bene amore e crudeltà,
cerca di essere un tenero amante
ma fuori dal letto nessuna pietà.

E allora si vedrai che t'amerà
chi è meno amato più amore ti dà,
e allora si vedrai che t'amerà
chi meno ama è il più forte si sa.

No caro amico,
non sono d'accordo,
parli da uomo ferito
pezzo di pane e… lei se n'è andata
e tu non hai resistito…
Non esistono leggi in amore,
basta essere quello che sei,
lascia aperta la porta del cuore
vedrai che una donna è già in cerca di te.

Senza l'amore un uomo che cos'è
su questo sarai d'accordo con me,
senza l'amore un uomo che cos'è
e questa è l'unica legge che c'è.

Questa è una canzone che mi è sempre piaciuta molto. Un teorema... di cosa? Sull'amore? Si potrebbe rispondere di sì, specialmente seguendo il pensiero comune.
Testo chiaro e lineare, senza sfumature o messaggi criptici. Due pensieri molto semplici, il primo che copre ben quattro strofe, il secondo che si limita alle ultime due.
Eppure... sul serio si può fare un teorema sull'amore? Purtroppo molta gente sembra poter testimoniare quel primo pensiero, quanti ne ho sentiti! Purtroppo, però, troppi ascoltano questa canzone senza andare fino in fondo. Per me, come per Ferradini, oserei dire che la verità è un'altra:

Non esistono leggi in amore,
basta essere quello che sei

Tutto lì. Non dice che sia semplice, che sia tutto felice, afferma solamente che non esistono leggi. Non c'è la formula magica, non c'è il modo per farsi amare, non ha senso divenire il classico (scusate il francesismo) stronzo per una delusione (fosse anche la più grande della vita). Parlo al maschile su onda della canzone, ma ovviamente il discorso vale per entrambi i sessi. Esistono unicamente persone che amano altre persone, per quello che ESSE SONO. Provate a farvi un esame di coscienza, donne e uomini tutti: chi amate? Chi amereste?
Questo non vuol dire che sarà le persona che amate ora che vi ricambierà, ma ciò non significa che non ci sarà amore: esso non può venire controllato. Non può essere messo in gabbia e comandato come più ci aggrada: se ci riuscite, non è amore.
Dovremmo ricordarcelo spesso, forse sarebbe meglio sempre. E tenere a mente, più di tutto, l'ultima strofa:


Senza l'amore un uomo che cos'è
su questo sarai d'accordo con me,
senza l'amore un uomo che cos'è
e questa è l'unica legge che c'è.

Ecco qui il link alla canzone.

venerdì 12 luglio 2013

Un post veloce per dirvi che, per chi volesse, potete trovare una mia intervista che la gentilissima Romina (che ringrazio nuovamente) mi ha fatto, per il mio libro Cristalli di Vita.
Buona serata a tutti!

Maria

lunedì 8 luglio 2013

La volpe e l'uva - "Sei come tutti gli altri"


Per la rubrica "La volpe e l'uva", comincio oggi con una delle mie frasi "preferite": sei come tutti gli altri.

Credo che ciascuno di noi l'abbia detto almeno una volta in vita sua, specialmente nel bel mezzo di un alterco. Un cavallo di battaglia che la rabbia sfrutta a vele spiegate. Ma come dovrebbero essere questi "altri"?

GLI ALTRI
Secondo questo modo di pensare, gli altri sono persone di cui non ci si può fidare, che ti deludono e tradiscono, che non ti ascoltano, che ti ignorano, che non si preoccupano di te, ecc ecc, ma soprattutto sono persone comuni e senza nulla di speciale, poco più di brutte persone.
Non so voi, ma io credo che sia un modo di pensare alquanto pessimistico e inutile, oltre che irrealistico: se fossero tutti realmente così, l'essere umano (definito animale sociale da svariate persone autorevoli) sarebbe già estinto. Ma di questo parlerò prossimamente... Ci sono tante altre belle frasi che riguardano tale concetto.

COSA TI RENDE COME GLI ALTRI
In base anche alla descrizione che ho dato poco sopra di "altri", ciò che ti rende come loro consiste nel fare un errore (grande o piccolo che sia) e quindi ferire una persona a te cara.
Assolutamente non assolvo le colpe, se un errore è stato fatto è giusto farsi perdonare... Ma esistono casi e casi, tra i quali coloro che usano maggiormente questa frase solitamente sono i primi che non sono capaci di guardare a sé stessi e uscire da un guscio di pregiudizi autoimposto.
Non tutti, sia chiaro. Però molti sì.

PERCHè SPESSO SI ARRIVA A DIRLO
Spesso le persone che arrivano a crocifiggere i loro amici, parenti, ragazza/o con questa frase sono persone con una grande paura di rimanerci male (e conseguentemente sole). L'interazione sociale è l'impresa più complessa con cui abbiamo a che fare ogni giorno e molte volte non va a buon fine: incomprensioni, dubbi, stress, poco tempo... Questo però dovrebbe portare ad altro: non segnare tutte le persone come orribili mostri con cui sia impossibile relazionare, ma altri esseri umani come noi con le nostre stesse difficoltà. Noi non siamo perfetti e nemmeno loro. Non esiste un "altro" pronto a divorarci.
Ok, forse a volte sì, ma è inutile cominciare ogni interazione con il piede di guerra.

RIFLESSIONE FINALE
In questa situazione, la volpe cerca l'uva nella cieca fiducia negli altri, aspettandosi che per arrivare all'uva basti che sia l'altro a non sbagliare mai ed esserci sempre. Ma ciò è impossibile. Tutti sbagliano e, sia ben chiaro, più una persona ci è vicina, più ci farà soffrire. E non è per cattiveria naturale: semplicemente ci teniamo talmente tanto a loro che è la nostra percezione ad essere alterata. Li vediamo speciali da sempre, ma così facendo li carichiamo di responsabilità spesso troppo grandi: chi non sbaglia mai? Chi non ha bisogno del suo tempo e del suo spazio?
Quindi, come evitare di non andarsene a bocca asciutta, dicendo che quel grappolo d'uva non era ancora maturo come tutti gli altri? Semplicemente, avendo tanta pazienza e mettendo in conto di perdonare. Parlarsi civilmente è da sempre la soluzione ottimale per evitare di arrivare a tale frase. Non sempre è possibile, ma tentare non fa male.
E chissà, magari con il salto successivo arriviamo agli agognati chicchi.



 





Questo post partecipa all’iniziativa Una parola al mese. La parola di luglio 2013 è alterco (al link maggiori informazioni).